Torna all'indice del n° 9 - novembre 2001
Sempre
sulla settima discriminante
Perché il nuovo partito
comunista deve essere un partito clandestino?
Può esistere un partito
comunista clandestino nei paesi imperialisti?
Come è possibile che un
partito clandestino sia legato alle masse e orienti tutta la loro lotta
politica, economica e culturale?
Perché
il nuovo partito comunista, che non è un gruppo combattente, deve tuttavia
essere clandestino?
Perché
avete deciso di costruire il partito comunista a partire dalla clandestinità,
prima che la borghesia imperialista vi mettesse fuorilegge? Sono domande che ci
vengono poste spesso.
Sono
domande a cui noi dobbiamo dare una risposta esauriente, basata sull’esperienza
storica del movimento comunista e sulla esperienza corrente nostra, dei
compagni che ci interrogano e del pubblico, intendendo con questa espressione
gli operai avanzati e gli esponenti avanzati delle altre classi delle masse
popolari. Quindi è un argomento su cui ogni compagno del partito, nella stampa,
nelle riunioni e nelle conversazioni, dovrà ritornare più e più volte, esaminando
ogni volta nuovi aspetti o esaminando vecchi aspetti ma alla luce delle
esperienze nuove del nostro pubblico. Le note che seguono affrontano alcuni
aspetti del problema, ma sono lungi dall’esaurirlo.(1)
Cosa
intendiamo per partito clandestino?
Il
partito clandestino non è una associazione segreta o una setta. Voglio dire che
noi non cerchiamo di tenere nascoste alle masse né l’esistenza, né le
concezioni e gli obiettivi (il programma), né la linea del partito. Al
contrario noi ne diamo e sempre ne daremo la più ampia diffusione consentita
dalle nostre forze. Noi diciamo alle masse la verità. Ovviamente a volte
sbagliamo, ma appena ce ne rendiamo conto, lo ammettiamo apertamente davanti
alle masse. Siamo convinti che ciò aumenterà la fiducia delle masse nel partito
e i legami del partito con le masse e quindi la nostra vera e principale forza.
Il
partito opera a partire dalla clandestinità. Ciò vuol dire che la sua direzione
e una parte dei suoi membri sono irreperibili dalla borghesia imperialista, che
cerchiamo inoltre di fare in modo che tutti i suoi membri e i canali dei suoi
legami con le masse popolari siano ignoti alla borghesia imperialista. In
questo modo diventa per la borghesia imperialista difficile ricattare,
corrompere, infiltrare, minacciare, arrestare membri e organismi del partito.
Diventa impossibile per la borghesia imperialista interrompere
completamente e per un lungo periodo l’attività del partito e privare la classe
operaia e le masse popolari della direzione della loro lotta.
Quindi
il partito comunista deve essere un partito clandestino indipendentemente dalla
lotta armata. Legare clandestinità del partito comunista e lotta armata (“il
partito deve essere clandestino solo se e quando conduce la lotta armata”),
significa ritenere che la borghesia imperialista permetta ai comunisti, alla
classe operaia e alle masse popolari di svolgere liberamente ogni attività fino
a che non imbracciano le armi. Il che non corrisponde alla realtà. Persino
restando sul piano legale, basta pensare ai reati di associazione sovversiva,
istigazione all’odio di classe, apologia di reato, vilipendio e simili
contemplati dal codice penale del nostro e di molti altri paesi. Le misure
legali “antiterrorismo” prese da tutti i governi dei paesi imperialisti in questi
giorni, aumentano gli strumenti legali di cui le pubbliche autorità dispongono
per reprimere e controllare l’attività politica dei comunisti, degli operai
avanzati e degli esponenti avanzati delle altre classi delle masse popolari. Ma
limitare l’attenzione al piano legale significa nascondere la parte più
importante della realtà. Il regime di controrivoluzione preventiva consiste
proprio nel fatto che la borghesia imperialista, in nome della “sicurezza
nazionale”, calpesta le sue stesse leggi e sistematicamente controlla e reprime
preventivamente l’attività politica dei comunisti e in generale degli
operai avanzati e degli esponenti avanzati delle altre classi delle masse
popolari. La “strategia della tensione” ben nota al pubblico italiano è una
delle manifestazioni (forme) di questa attività sistematica della borghesia
imperialista, ma non l’unica.
Partito
clandestino non vuol dire partito armato. Il partito clandestino è un sistema
di organizzazioni che ha il compito di unire, formare, selezionare e mettere
all’opera i comunisti. Ha il compito di mobilitare le masse, elevare la loro
coscienza politica, promuovere, organizzare e dirigere le loro attività
politiche (comprese quelle militari) e rivendicative (che in alcuni periodi
sono per la maggior parte pubbliche, aperte, “alla luce del sole”). Ha il
compito di raccogliere le opinioni e i sentimenti delle masse, farne il
bilancio, elaborarle e ricavarne linee, metodi e misure e portarle alle masse
perché le attuino. Deve promuovere e dirigere la mobilitazione rivoluzionaria
delle masse (la guerra popolare rivoluzionaria), che non è solo né
principalmente lotta armata di organizzazioni comuniste combattenti: è
mobilitazione e organizzazione politica, orientamento delle masse, unificazione
della volontà delle masse sostenuta da una adeguata struttura organizzativa,
mobilitazione delle masse in tutte le forme di espressione della volontà
politica e dell’attività politica, armamento generale delle masse, attività
politica e attività militare di organizzazioni militari, delle milizie, ecc.
L’attività di gruppi e organizzazioni specialistiche deve essere supporto,
fattore di promozione e coronamento della diffusa attività delle masse
popolari, non sostituzione e supplenza.
È
questo sistema di organizzazioni che deve essere clandestino, ignoto alla
borghesia, fatto in modo da essere capace di difendersi dai suoi tentativi di
infiltrazione, corruzione, repressione, sottratto al suo controllo, capace di
funzionare quali che siano i tentativi della borghesia di reprimerlo,
soffocarlo, disperderlo, eliminarlo. È tutto un sistema di selezione,
reclutamento, formazione dei suoi membri, tutto un sistema di vita, di
funzionamento e di attività che deve essere messo in piedi per adempiere a quei
compiti indispensabili perché l’attività della classe operaia e delle masse
popolari contro la borghesia imperialista possa svilupparsi con continuità fino
alla vittoria. Senza questo sistema che la promuove, la organizza e la dirige,
l’attività della classe operaia e delle masse popolari non può svilupparsi fino
alla vittoria. La storia lo ha più volte dimostrato nel nostro e in altri
paesi. I 150 anni di storia del movimento comunista sono pieni di esperienze
dolorose subite dalle masse popolari ogni volta che i comunisti, per superficialità
o per avventurismo, hanno ignorato questa lezione.
Il
partito comunista clandestino non è un partito clandestino di riserva al
partito legale, che deve entrare in azione quando la borghesia mette fuori
legge il partito legale. A volte i revisionisti hanno ridotto a questo la
concezione del partito clandestino, per concludere che è impossibile, che “è
difficile mantenere in piedi un’organizzazione che non deve fare nulla fino al
momento dell’illegalità. E non meno difficile sarebbe nei periodi di legalità
stabilire legami riservati tra un embrione di organizzazione illegale e
l’organizzazione e l’attività legale”.(2) Ancora peggio, come farebbe
un’organizzazione che non ha fatto nulla, quindi che non ha né esperienza né
legami con le masse, a dirigere le masse nel modo specifico di un partito
comunista (che è profondamente differente da quello di un ufficiale
paracadutato tra le truppe di un esercito) e questo proprio in un momento
critico, in cui rapidità e unità d’azione e d’orientamento delle larghe masse
sono essenziali?
L’esperienza
ha dimostrato che anche la soluzione del partito legale che dispone di un
“apparato organizzativo clandestino parallelo” in vista delle situazioni
d’emergenza (come indicato nella terza delle 21 condizioni poste nel 1920
dall’Internazionale Comunista ai partiti che volevano aderire) non è adeguata
neanche al compito di far fronte alle situazioni d’emergenza. Su questo punto
l’esperienza del vecchio Partito comunista italiano è esauriente e
conclusiva.(3) Tanto meno adeguata è quella attività illegale che è svolta come
attività marginale da molte delle organizzazioni comuniste degne di questo
nome.
Ma
un partito comunista clandestino riesce ad esistere ed operare in un paese
imperialista?
Una
prima risposta a questa domanda è: “Certamente, è esistito persino sotto i
regimi fascisti e durante la guerra mondiale”. La risposta ha un certo valore,
ma non è del tutto soddisfacente. I regimi fascisti e lo stato d’assedio
vietavano alle masse popolari, e in particolare alla classe operaia, quasi ogni
attività politica e quindi costringevano le masse popolari e la classe operaia
a volgersi quasi necessariamente al partito clandestino, a sostenere le sue
attività e ad arruolarsi nelle sue organizzazioni. Il partito clandestino era quindi
alimentato da un concorso creato dallo stesso regime fascista e dallo stato di
guerra. Gli operai avanzati e gli esponenti avanzati delle altre classi delle
masse popolari per svolgere la loro attività erano indotti dalle circostanze
(create dal movimento generale della società e dalla borghesia imperialista) a
confluire in qualche modo nel partito clandestino e nelle organizzazioni ad
esso collegate.
In
Italia abbiamo l’esperienza più recente delle Brigate Rosse e di altre
organizzazioni clandestine degli anni ‘70. Quell’esperienza dimostra che, a
certe condizioni, il partito clandestino può esistere e operare anche se agli
operai avanzati e agli esponenti avanzati delle altre classi delle masse
popolari la borghesia imperialista non ha interdetto ogni attività politica
legale. A quali condizioni? 1. Che gli obiettivi del partito corrispondano alle
necessità oggettive delle masse popolari (anche se la stragrande maggioranza di
esse non ne è ancora consapevole) e 2. che il carattere clandestino del partito
trovi un certo riscontro nella sensazione diffusa tra gli elementi avanzati che
non sono liberi di operare, che l’attività politica pubblica e aperta ha
prospettive limitate e non conclusive.
Ora
che l’unico sbocco possibile dell’attuale crisi generale sia lo scontro tra
mobilitazione rivoluzionaria delle masse e mobilitazione reazionaria delle
masse è talmente inscritto nella realtà oggettiva che sta sempre più diventando
luogo comune.(4)
La
controrivoluzione preventiva è nel nostro paese (e in altri paesi imperialisti)
esperienza e coscienza diffusa tra gli elementi avanzati delle masse popolari.
Lo conferma anche la diffusione di attività illegali come attività secondarie e
marginali di organizzazioni legali (semilegalità).(5)
La
sopravvivenza dagli anni ‘70 ad oggi delle organizzazioni militariste è
un’ulteriore conferma. Infatti la sopravvivenza delle società militariste non
va confusa col proliferare di organismi clandestini promossi dalla classe
dominante o comunque ad essa collegati. Questi ultimi infatti usufruiscono dei
privilegi politici ed economici propri della classe dominante e vivono grazie
ad essi. (Tra parentesi va riconosciuto ai militaristi, nonostante la
deviazione che ne deforma e limita l’attività, il merito di aver salvaguardato
l’organizzazione clandestina in un periodo in cui da un lato la borghesia
imperialista con le torture e le promesse e i dissociati e i “democratici” con
più o meno dotti argomentazioni disfattiste dall’altro univano le forze per la
liquidazione di ogni organizzazione clandestina dei rivoluzionari).
Come
è possibile che un partito clandestino sia legato alle masse e orienti tutta la
loro lotta politica, economica e culturale?
Anzitutto
è doveroso dire chiaramente che il legame con le masse è la forza principale di
ogni partito comunista. Ciò per non confondere il partito comunista con quelle
società militariste che, nonostante il militarismo che ispira la loro attività,
lasciano sempre un certo spazio nelle loro risoluzioni al “legame con le masse”
e cercano sempre di mostrare il legame tra le loro attività e le condizioni e i
movimenti delle masse.(6)
A
questa domanda ovviamente noi non possiamo dare una risposta basata
sull’attività di un partito che deve ancora venire. La dimostrazione pratica e
conclusiva sarà la stessa attività del futuro partito, attività che certo non
sarà esente da errori, da sconfitte parziali attraverso le quali, passo dopo
passo, con la critica e l’autocritica, troveremo le forme e i metodi per
legarci alle masse popolari e orientare tutta la loro lotta politica, economica
e culturale. Una risposta convincente a questa domanda sta nell’esperienza del
partito di Lenin. Ripercorriamo quindi alcune tesi di Lenin nel periodo 1907-1914
in cui in Russia, a seguito della rivoluzione del 1905, le masse popolari
svilupparono una certa attività politica pubblica e in particolare il partito
ebbe un proprio gruppo parlamentare, propri giornali legali anche quotidiani e
propri delegati nelle casse mutue e in altre organizzazioni economiche e
sindacali pubbliche e legali degli operai.(7)
Lenin,
La quinta conferenza del POSDR dicembre 1908 (Opere vol. 15 pag.
307).
“La
conferenza incarica la commissione [per le questioni organizzative] di porre a
fondamento dei suoi lavori i principi di quella corrente secondo la quale il
lavoro tra le masse - che resta il compito fondamentale della socialdemocrazia
- deve essere diretto alla creazione e al consolidamento di un’organizzazione
illegale, secondo la quale solo a mezzo della costante influenza
dell’organizzazione illegale è possibile compiere in modo giusto e interamente
il lavoro tra le masse, l’influenza che si deve esercitare sul gruppo
parlamentare, l’attività del partito intorno a questo gruppo, un uso delle
organizzazioni legali e semilegali che non conduca a menomare i compiti di
classe della socialdemocrazia.”
Lenin,
Conferenza della redazione del “Proletari” luglio 1909 (Opere
vol. 15 pag. 408).
“Il
nostro compito più urgente consiste nel difendere e nel rafforzare il POSDR.
Nella realizzazione di questo nostro grande compito c’è un momento di estrema
importanza: è la lotta contro il liquidatorismo di destra e contro il
liquidatorismo di sinistra.
I
liquidatori di destra affermano che non c’è bisogno di un POSDR illegale, che i
socialdemocratici devono concentrare la loro attività esclusivamente o quasi
esclusivamente sull’attività legale.
I
liquidatori di sinistra sostengono la posizione opposta: secondo loro non
esistono possibilità legali per l’attività del partito, essi sostengono la
clandestinità assoluta.
Gli
uni e gli altri sono liquidatori del POSDR quasi in egual misura, perché senza
un sistematico e razionale coordinamento del lavoro legale e illegale, nella
situazione impostaci oggi dalla storia ‘la difesa e il rafforzamento del POSDR’
sono impossibili.”
Lenin,
Partito illegale e lavoro legale novembre 1912 (Opere vol. 18
pag. 372).
“La
questione del partito illegale e del lavoro legale dei socialdemocratici in
Russia è una delle questioni più importanti del partito; durante tutto il
periodo che è seguito alla rivoluzione [del 1905] essa ha occupato il POSDR e
ha suscitato la più accanita lotta nelle sue file.
La
lotta dei liquidatori contro gli antiliquidatori è stata condotta soprattutto
intorno a questa questione e la sua acutezza è pienamente spiegata dal fatto
che essa riguardava l’alternativa: deve o non deve continuare a esistere il
nostro vecchio partito illegale? La ‘Conferenza di dicembre’ del POSDR,
tenutasi nel 1908, condannò recisamente il liquidatorismo ed espose
chiaramente, in un’apposita risoluzione, il pensiero del partito sulle
questioni organizzative: il partito è costituito dalle cellule
socialdemocratiche illegali che devono crearsi dei “punti di appoggio per il
lavoro tra le masse” sotto forma di una rete, quanto più possibile estesa ed
articolata, di svariate associazioni operaie legali.”
Cioè
già nella Russia ancora zarista e semifeudale tra i comunisti (che ancora si
chiamavano socialdemocratici) si discuteva se il partito comunista doveva
essere clandestino o “alla luce del sole”, se il centro di gravità del partito
doveva essere il lavoro clandestino o il lavoro legale.
Oggi
noi siamo in un paese imperialista dove le masse popolari e in particolare la
classe operaia hanno ripetutamente combattuto e conquistato il diritto di
parola, di manifestazione e di organizzazione, dove ufficialmente il governo
deve essere approvato dal Parlamento, il Parlamento deve essere periodicamente
eletto a suffragio universale e tutto lo Stato ufficialmente è vincolato
a operare in conformità alle leggi approvate dal Parlamento. In più nel nostro
paese è ancora ufficialmente in vigore una Costituzione approvata a
pochi anni dalla fine della Resistenza. Infine la classe operaia e le masse
popolari del nostro paese, negli anni successivi all’abbattimento del fascismo,
hanno continuato per anni a sviluppare una fitta rete di attività e di
istituzioni politiche, culturali ed economiche, ottenendo anche notevoli
successi. Quindi non ci deve meravigliare e tanto meno spaventare o abbattere
il fatto che oggi da noi pochi condividano la tesi che il nuovo partito
comunista deve essere costruito a partire dalla clandestinità, che deve avere
il centro strategico della sua attività nella clandestinità.
Notate
che i liquidatori del tempo di Lenin, quelli che al tempo di Lenin sostenevano
che il partito doveva essere legale (cioè svolgere tutta la sua attività
pubblicamente, solo nelle forme consentite dalla legge sia pure cercando di
allargarle continuamente, solo “alla luce del sole”) erano ben consapevoli che
nelle loro condizioni la legge vietava di costituire pubblicamente un partito
politico (di proclamarlo, di fare apertamente propaganda per esso, di
raccogliere pubblicamente adesioni, di tenere riunioni apertamente di partito,
di aprire sedi ufficiali del partito, ecc.). Eppure sostenevano che il partito
doveva concentrare la sua attenzione sull’attività legale. Più avanti, nello
stesso scritto, Lenin affronta questo apparente paradosso e spiega una cosa
molto interessante per comprendere quale legame esiste tra la natura del
partito di oggi e le prospettive del futuro che ci attende (la valutazione
della situazione attuale).
Lenin
dice che, nella situazione di quegli anni in Russia, la concezione dei
comunisti sostenitori del partito legale, “non si distingue in nulla da quella
dei cadetti” [borghesi liberali, borghesia di sinistra diremmo noi oggi]. “I
cadetti sostengono che ‘il loro partito nel suo insieme deve per forza di cose
rimanere nell’illegalità’ (...) ma che, dato il cambiamento delle condizioni
[la conquista di una certa libertà politica conseguente alla rivoluzione del
1905], il partito illegale deve adeguarsi al movimento legale. Per loro questo
è sufficiente. Per loro l’interdizione del loro partito che lo rende illegale,
è una cosa fortuita, ‘anormale’, una sopravvivenza del passato, mentre la cosa
principale, essenziale, fondamentale è il loro lavoro legale. In loro questa
tesi deriva logicamente dalla ‘valutazione della situazione attuale’ espressa
nella forma più limpida dal signor Gredeskul: non occorre una nuova
rivoluzione, occorre unicamente un ‘lavoro costituzionale’.
Secondo
loro l’illegalità del partito cadetto è un fenomeno casuale, un accidente. È
un’eccezione nel sistema generale del ‘lavoro costituzionale’. Da ciò
logicamente deriva che ‘l’organizzazione illegale deve adattarsi al movimento
legale’. Così vedono le cose i cadetti.
Il
partito socialdemocratico invece la pensa in modo completamente diverso. La
sostanza delle conclusioni che esso trae dalla valutazione della situazione
attuale è che una nuova rivoluzione è necessaria e si avvicina. Sono cambiate
le forme dello sviluppo con cui andiamo verso la rivoluzione, mentre gli
obiettivi della rivoluzione restano immutati. Da questo fatto, noi traiamo la
conclusione che le forme dell’organizzazione devono cambiare, che la forma
delle ‘cellule’ deve essere meno rigida, che in molti casi lo sviluppo di
queste cellule non si farà direttamente ma attraverso organizzazioni
‘periferiche’ legali, ecc. (...)
Ma
quelli che parlano di ‘adattare’ l’organizzazione illegale al movimento legale
presentano in modo del tutto sbagliato questo cambiamento delle forme
dell’organizzazione illegale. Le cose non stanno affatto come loro dicono. Le
organizzazioni legali sono dei punti d’appoggio che consentono di far penetrare
tra le masse le idee delle cellule illegali. Ciò significa che noi cambiamo la
forma in cui si esercita la nostra influenza, in modo da dare a questa
influenza una direzione illegale.
È
quindi chiaro che ciò che si adatta al movimento legale è la forma
dell’organizzazione. Mentre, quanto al contenuto del lavoro del partito, è
l’attività legale che ‘si adatta’ alle idee illegali (...).
Potete
ora giudicare quanto valga la concezione dei liquidatori. Essi accettano la
prima tesi (quella che riguarda la forma del nostro lavoro), ma ignorano la
seconda (quella che riguarda il contenuto del nostro lavoro). E coronano i loro
sragionamenti da cadetti con la seguente conclusione sulle forme di
organizzazione da adoperare per costruire il partito: ‘Bisogna costruire il
partito in modo da trasformarlo attirando le masse nel movimento legale e
adattare la nostra organizzazione illegale a questo movimento.’
Diciamo
noi: forse che questa indicazione ha ancora qualcosa a che fare con
l’indicazione del partito, ‘costruire il partito vuol dire moltiplicare le
cellule illegali circondandole di punti di appoggio legali’?”
Quindi
non si tratta di avere una qualche forma di struttura clandestina per far
fronte a passeggere e transitorie illegalità del regime, per sopravvivere a
transitorie ed episodiche ‘deviazioni’ del regime dalla legalità. No. Siccome
dobbiamo preparare e promuovere una rivoluzione, e ciò è sicuro perché la
situazione attuale ha come unico sbocco possibile lo scontro tra mobilitazione
rivoluzionaria delle masse e mobilitazione reazionaria delle masse (questo lo
dice l’analisi del movimento economico della società e lo ammettono persino i
compagni di Politica Comunista, di Scintilla, del Circolo Lenin
di Catania e di altre FSRS), abbiamo bisogno di un partito che abbia
l’illegalità come centro della sua attività (cioè sia un partito clandestino),
mentre beninteso usa tutte le forme di attività e di organizzazioni legali per
estendere la sua influenza.(8)
Chi
ha come prospettiva una attività puramente legale, cioè chi concepisce la lotta
politica da condurre oggi e nel futuro prevedibile come un qualcosa racchiuso
nei limiti delle istituzioni attuali della società e di una loro graduale
evoluzione verso forme più democratiche e più egualitarie ed esclude quindi
l’obiettivo della rivoluzione socialista (eliminazione delle attuali
istituzioni sociali e instaurazione della dittatura del proletariato), se le
circostanze lo costringono a svolgere un’attività illegale (come ad es. quando
il regime fascista mise fuori legge e sciolse tutti gli altri partiti e
costrinse quindi quelli che non accettavano di sciogliersi a lavorare nella
clandestinità, come ad es. quando l’attenzione della polizia si fa più
pressante del solito, come ad es. quando uno scandalo o un assassinio di regime
o una qualche strage o un colpo come quello tentato a Genova da Berlusconi e
Fini impediscono di non vedere la controrivoluzione preventiva su cui poggia il
regime politico del paese), svolge la sua attività clandestina allo scopo di
rafforzare le sue posizioni fino a ottenere di poter lavorare apertamente e
completamente nella legalità e abbandonare l’attività illegale.(9)
Noi
abbiamo invece come obiettivo un’attività illegale che via via si rafforzi fino
a coinvolgere le ampie masse a sovvertire le attuali istituzioni della società
per eliminarle e instaurare al loro posto la dittatura del proletariato. Quindi
svolgiamo sempre tutte quelle attività legali che le circostanze permettono e
che ci sono utili e le svolgiamo proprio solo allo scopo di rafforzare anche
con esse la nostra attività illegale e per educare e mobilitare le masse al
lavoro illegale.
Ripercorrere
l’esperienza di Lenin vale anche a indicare ai lettori che ne dubitassero, che
la nostra tesi attuale non è in contrasto con l’esperienza e la teoria del
movimento comunista, ma al contrario è conforme all’esperienza e alla teoria
del movimento comunista. Il che ovviamente non ci esime dal considerare le
condizioni presenti della rivoluzione socialista nel nostro paese e la misura
in cui corrispondono alle condizioni cui si riferisce l’esperienza e la teoria
del movimento comunista richiamate.
È
proprio su questo che chiamiamo tutti i comunisti a riflettere: crediamo che
sia compito inderogabile di chiunque vuole affrontare seriamente la questione
della rivoluzione socialista nel nostro paese.
Ernesto V.
NOTE
1. Questo problema è stato più volte affrontato, ora sistematicamente ora di sfuggita, in scritti pubblicati su La Voce. In particolare nel n. 1 pag. 23-52 dell’articolo Quale partito comunista? e nel n. 5 pag. 23-30 Ancora sulla settima discriminante. Anche gli scritti relativi al regime politico dei paesi imperialisti (la controrivoluzione preventiva) e quelli relativi allo sbocco inevitabile della attuale crisi generale del capitalismo (lo scontro tra mobilitazione rivoluzionaria delle masse e mobilitazione reazionaria delle masse) sono strettamente connessi con l’argomento di cui tratta questo articolo.
2. L. Longo - C. Salinari, Tra reazione e rivoluzione, Ed. del Calendario 1972 pag. 255 e segg.
3. Nel volume citato in nota 3, L. Longo dà ragguagli interessanti in merito. Tutte le memorie dei fondatori del partito sono altrettanto interessanti. Anche la Storia del Partito comunista italiano vol. 1 di P. Spriano contiene elementi utili per valutare la questione.
4. Persino FSRS che si ispirano al “ritorno al marxismo-leninismo” e piuttosto legalitarie come Scintilla, Politica Comunista e il Circolo Lenin di Catania scrivono oramai, nel loro appello di luglio 2001 alla ricostruzione del partito, che “alla mobilitazione reazionaria delle masse può e deve essere contrapposta solo la mobilitazione rivoluzionaria” delle masse.
5. È a queste attività illegali di un’organizzazione legale che si riferisce la quarta discriminante indicata in Rapporti Sociali n. 19 Le sei discriminanti e i quattro problemi. La diffusione spontanea di simili attività indica la necessità del partito clandestino, ma sta al partito clandestino come le idee diffuse e confuse delle masse stanno alla linea che il partito ne trae elaborandole.
6. Esemplare al riguardo è la Cellula cui ho dedicato un articolo nel n. 8 di La Voce (Prima risposta a un invito). La Cellula è attenta, più di altri gruppi militaristi, a legare le sue iniziative al movimento e allo stato d’animo delle masse e non c’è documento in cui non ponga il compito di “stabilire e conservare un costante e stretto rapporto con le masse”. Se però osserviamo gli scritti programmatici della Cellula, vediamo che usa questa formula di rito per passare a quello che in realtà principalmente le interessa e in cui ripone principalmente la sua speranza: la lotta armata. Mentre secondo i comunisti costruire e rafforzare il legame con le masse è l’arma principale del partito, da cui dipende l’esito di ogni attività. Nei documenti dei militaristi, trovate molto su come costruire OCC, poco o nulla su come costruire il partito.
7. La citazioni di Lenin sono prese dalla traduzione italiana rivista in base all’originale.
8. Ovviamente non parlo dell’attività delle masse (l’assemblea, la mozione di protesta, la dimostrazione di protesta, lo sciopero, la dimostrazione di strada, la rivolta, l’insurrezione, ecc.): queste attività ovviamente per la loro stessa natura sono “aperte”, “pubbliche”, avvengono alla luce del sole. Parlo dell'attività del partito.
9. Tra i “brillanti” profeti
di un futuro democratico e pacifico ricordo il prof. Toni Negri e la sua
recente opera Empire, molto apprezzata dalla borghesia e dai capi di
Autonomia Organizzata.